20/03/2010
Il padrone e i cani da tartufo
Purtroppo, concordo con la Rossanda (all’ultima trasmissione di Infedele): siamo uno stato troppo “giovane”, con una democrazia troppo debole. La sua tesi può sembrare pessimistica, ma mi pare la più attendibile: per guarire dalla malattia, peraltro, bisogna saper fare diagnosi precise, non indulgenti: se conosco la malattia me ne posso liberare; se non la conosco (se nascondo o sottovaluto qualche grave sintomo), mi uccide.
Io, nel mio piccolo, la chiamo, da tempo, «sindrome del cane da tartufo»: siamo stati, per più di trecento anni (dalla pace di Cateau Cambrésis) e fino a centocinquanta anni fa, servi, proprio servi, purtroppo servi: forse, abbiamo sviluppato, come il cane da tartufo, che tale diventa perché viene messo ad annusar tartufi sin da quando nasce, una particolare sensibilità – forse entrata nei cromosomi - per il capo, per il padrone: certo, molti italiani hanno amato il capo sotto il fascismo e molti italiani mostrano di avere ancora bisogno del padrone, del capo, che peraltro hanno riconosciuto subito, senza tentennamenti di sorta.
Solo così – ribadisco: solo così - si spiega il grande successo politico di un uomo come Berlusconi, obiettivamente sospetto (quantomeno) di gravi misfatti finanziari, chiaramente interessato a fare soltanto gli interessi suoi e dei suoi figli, del tutto incapace di fare qualcosa – anche una misera leggina in quindici anni - per la collettività, palesamente esibizionista, narcisista fino alla megalomania, vecchio, arcaico nei gesti e nei comportamenti, del tutto spudorato nell’imporre alla gente il suo psicodramma sessualfamiliare e i suoi problemi giudiziari, impedendo, di fatto, al parlamento di occuparsi dei gravi problemi economici, politici, giuridici della nazione.
In una democrazia normale, un leader siffatto avrebbe raccolto meno del quattro per cento dei voti.
Molti di quelli che stanno dunque dalla sua parte (non tutti!), nonostante l’evidenza, è probabile che lo vivano, magari in buona fede, come un mito su cui magari proiettare, per dimenticarle, le loro povere frustrazioni, o meglio come un padrone furbo, forte, potente, incurante delle leggi e delle regole epperò vincitore su tutto e tutti e quindi capace di ogni cosa (anche di fare diventare ricchi i poveri e pesci i sassi). Il che denuncia, purtroppo, in costoro, una visione del mondo e della politica quantomeno arcaica, primordiale, primitiva (quale che sia il loro livello sociale e culturale): populistica, certamente antidemocratica.
E ciò dico, guardando alle cose italiane senza acrimonia, col solo buonsenso: io non sono un politico: le mie non sono notazioni di parte.
Noi siciliani siamo, anche in questo, antesignani: nel 1994 abbiamo dato a Berlusconi sessantuno deputati su sessantuno eleggibili: più cani da tartufo di tutti.
Evidentemente, qualcosa non ha funzionato e non funziona nella costruzione della democrazia, in Italia: bisogna ripartire col piede giusto: nelle famiglie, nella scuola, nella chiesa, nella società, nella televisione. Ci vorrà tempo, impegno e pazienza. La democrazia, la giustizia, l’onestà sono i pilastri. Il fascismo, le dittature (di destra e di sinistra), il populismo sono il cancro delle nazioni.
19:13 Scritto da: pescattore in opinioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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24/11/2008
giusepperando
Sembra che nessuno – a destra, al centro, a sinistra - sappia più come sono andate le cose. Eppure i fatti, solo i fatti senza l’aggiunta di opinioni, sono in sé eloquenti. Vale la pena di riassumerli.
La riforma del 1999 nasce all’insegna di quattro priorità, riconosciute come indifferibili da tutto il parlamento: a) aprire l’Università al territorio; b) incentivare la dimensione professionale degli studi rispetto a quella prettamente scientifica del passato; c) concedere agli Atenei la possibilità (l’autonomia) di attivare nuovi Corsi di Laurea e nuove discipline, funzionali alle professioni emergenti; d) integrare il nostro sistema universitario con quello dell’Europa di cui diventavamo parte attiva, riconoscendo in ispecie i crediti formativi (CFU) e distinguendo la laurea (triennale) professionalizzante, dalla laurea specialistica.
Senonché la riforma, magari perfetta sulla carta, ha trovato spesso, purtroppo, pessima applicazione nella realtà. Sono, difatti, obiettivamente prevalse, in Italia, nell’ultimo decennio, le logiche apparentemente “innovatrici” di docenti, presidenti di Corso di laurea, presidi che, nel silenzio di maggioranze accademiche assopite e/o accondiscendenti, sono diventati più riformisti della riforma, forzandone spesso, per infatuazione nuovista o per chissà quali interessi, la lettera e obliterandone, paradossalmente, lo spirito innovatore. Donde, corsi di laurea rapaci, cervellotici e talora persino ripetitivi (magari in assenza di altri, richiesti dal mercato); moltiplicazione-parcellizzazione delle discipline in una miriade di sottodiscipline di nessun peso; assegnazione di incarichi d’insegnamento a ricercatori, assistenti e professori anche a prescindere dalle loro effettive competenze; reclutamento viepiù baronale-clientelare-familiare-sentimentale dei docenti ecc. ecc. Tutti fatti, purtroppo: non opinioni.
Certo, non sono mancati, e non mancano, casi di fattivo impegno scientifico, di correttezza e di competenza professionale nell’attività complessiva degli atenei italiani: i numerosi concorsi per ricercatori, banditi, nell’ultimo triennio, nell’Università di Messina ne sono un luminoso, encomiabile attestato. Va riconosciuto, ad ogni modo, che, in questi anni convulsi, il sistema universitario in Italia ha tenuto grazie all’impegno profuso, sia sul terreno della didattica sia sul terreno della ricerca scientifica, da numerosi professori competenti e onesti: sono costoro i veri interpreti della riforma, non già i mille docenti improvvisati, né i disinvolti tuttologi, né i solerti inventori di corsi di laurea e di sottodiscipline inutili, che hanno di fatto massacrato l’Università.
È anche un fatto - non un’opinione - l’ultimo decreto Mussi del 16 marzo 2007 (stranamente dimenticato non solo dai commentatori di destra, ma anche da quelli di sinistra), che, riconoscendo lo scempio, ormai, peraltro, sotto gli occhi di tutti, dell’Università, ha messo quei paletti all’autonomia, che, certo, sarebbero stato meglio piantare già nel 1999: da qui, la riduzione drastica delle materie e dei corsi di laurea; il ritorno dell’annualità degli insegnamenti; la modifica, in senso restrittivo, del reclutamento ecc. Tale legge è stata prontamente recepita, a Messina, dalla Facoltà di Lettere e Filosofia, dalla Facoltà di Scienze politiche, dalla Facoltà di Scienze MM. FF. NN. e dalla Facoltà di Scienze della Formazione. Era ed è la strada giusta. Speriamo che non venga ora deviata o bloccata. Che si eliminino davvero, finalmente, gli sprechi (senza tagli indiscriminati). Che si ridia dignità agli studi. Che si premi il merito. Che soprattutto non s’impedisca ai giovani economicamente disagiati l’accesso agli studi universitari e ai giovani ricercatori, senza padrini, la possibilità di crescere. E che non si lesinino più fondi e contributi alla ricerca scientifica: una Università che non è messa in grado di fare ricerca scientifica non è più Università. Torni, insomma, ad essere l’Università sede privilegiata della ricerca avanzata e della didattica qualificata. E parentopoli diventerà quello che è in tutti i paesi civili: una mai troppo biasimata eccezione.
20:58 Scritto da: pescattore in opinioni | Link permanente | Commenti (4) | Segnala | Tag: letteratura, cinema, musica, politica, società | OKNOtizie |
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